L’ospite della serata: Prof. Carlo Galimberti, Ordinario di Psicologia sociale della comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore del Centro Studi e Ricerche di Psicologia della Comunicazione (CSRPC).
Siamo abituati a pensare al silenzio come a un vuoto: l’assenza di parole, di suoni, di comunicazione. La conferenza dell’11 marzo 2025 ha proposto l’idea opposta. Il silenzio non è ciò che resta quando la comunicazione si ferma, ma uno dei suoi ingredienti più potenti, qualcosa che, se usato con consapevolezza, può rendere un dialogo più efficace, più profondo, più strategico. Il filo conduttore è stato proprio questo: imparare a riconoscere il silenzio come un atto comunicativo a tutti gli effetti, dotato di regole, significati e funzioni.
Il silenzio non esiste in natura
Un buon punto di partenza viene dalla musica e dall’arte. Il compositore John Cage sosteneva che il silenzio assoluto non esiste: anche nella stanza più isolata continuiamo a percepire qualcosa, il battito del cuore, il flusso del sangue, il rumore del nostro stesso corpo. Se è così, il silenzio non è un fatto fisico, ma un fatto percettivo: esiste solo perché c’è un soggetto che lo riconosce e lo interpreta. Il violoncellista Mario Brunello, in un suo libro dedicato proprio a questo tema, lo ha espresso con un’immagine suggestiva: il silenzio non ci appartiene, semmai siamo noi ad appartenere a lui, perché ci precede. Tra tutte le arti, ha scritto, la musica è quella che lo ha “organizzato meglio”.
Il silenzio come costruzione psico-sociale
Se il silenzio ha bisogno di un soggetto per esistere, ha bisogno di una comunità per significare. È qui che la psicologia entra in gioco, e due autori in particolare aiutano a capire perché.
Il primo è Lev S. Vygotskij, psicologo dello sviluppo per il quale le nostre capacità mentali superiori non nascono già pronte dentro di noi, ma si formano nella relazione con gli altri, attraverso strumenti e segni, il linguaggio in primo luogo. Secondo una sua celebre intuizione, ogni funzione psichica compare prima sul piano sociale, tra le persone, e solo in seguito diventa patrimonio interiore dell’individuo. Letto con queste lenti, il silenzio è uno strumento semiotico esattamente come le parole: un segno che impariamo a usare e a interpretare perché inserito in un sistema culturale condiviso. Non tace allo stesso modo, né con lo stesso significato, una persona cresciuta a Milano e una cresciuta a Tokyo: il valore di una pausa è qualcosa che la cultura ci consegna.
Il secondo è Erving Goffman, sociologo dell’interazione che ha descritto la vita quotidiana come una sorta di rappresentazione teatrale, in cui ciascuno gestisce l’impressione che dà di sé e cerca di “salvare la faccia”, la propria e quella altrui. Nella sua prospettiva il silenzio non è mai neutro: è una mossa dentro l’ordine dell’interazione, che gli altri leggono e interpretano in base a regole tacite. Tacere può essere un segno di rispetto o di sfida, di imbarazzo o di potere, di accordo o di presa di distanza. Lo stesso silenzio, in due situazioni diverse, comunica cose opposte.
Messe insieme, queste due letture restituiscono l’idea centrale della serata: il silenzio è una costruzione psico-sociale. Lo costruiamo socialmente, lo apprendiamo culturalmente e ne disponiamo come di una risorsa comunicativa, in modo più o meno consapevole. E per attivare questo suo ruolo generativo all’interno della conversazione, la situazione psicosociale per eccellenza, entrano in gioco tutti i registri della comunicazione: quello verbale, quello non verbale, quello paraverbale (il tono, le pause, il ritmo), quello prossemico (le distanze tra i corpi) e quello iconico (le immagini).
Una grammatica del silenzio
Ma esiste un solo tipo di silenzio? Il linguista Adam Jaworski ha proposto una mappa utile. Anzitutto distingue un silenzio non comunicativo, il semplice non emettere suono, senza intenzione né effetto, da un silenzio comunicativo, che invece veicola un significato. Quest’ultimo si presenta in tre forme. C’è il silenzio come stato, quello delle arti visive, della musica, della letteratura, ma anche dei gesti e delle posture: una qualità diffusa, evocata da chi comunica. C’è il silenzio come formula, cioè il non rispondere di fronte a uno stimolo preciso, spesso accompagnato da gesti come un inchino, un sorriso, un saluto, e qui l’interpretazione dipende moltissimo dal contesto culturale. E c’è infine il silenzio come attività: il vero e proprio astenersi dal parlare, come quando diciamo che “la madre ha dato la sua approvazione in silenzio” o che un gruppo “è passato al punto successivo dell’ordine del giorno in silenzio”.
La lezione della musica
Non a caso la serata è tornata più volte alla musica, dove il silenzio è materia prima quanto le note. Il pianista jazz Thelonious Monk, celebre per l’uso delle pause in brani come ‘Round Midnight, diceva provocatoriamente che “il rumore più forte del mondo è il silenzio”, e suggeriva ai musicisti di non suonare tutto, perché a volte ciò che non si suona conta più di ciò che si suona. È la stessa logica dei turni di parola in una conversazione: il significato non sta soltanto in ciò che diciamo, ma anche negli intervalli, nelle attese, in ciò che scegliamo di non dire. Dietro ogni silenzio ben collocato, in musica come nel dialogo, c’è una scelta, e quindi una strategia.
È forse questo il messaggio più prezioso della serata. Il silenzio non è il rovescio della comunicazione, ma una sua parte costitutiva: una risorsa che possiamo imparare a leggere negli altri e a usare con maggiore intenzionalità. Riconoscerlo significa accorgersi che, in ogni dialogo, anche ciò che non viene detto sta dicendo qualcosa.
Dott. Alberto Nespoli
Dottore in Psicologia clinica