
L’approccio psicologico nello sport agonistico: la prospettiva di Daniele Crosta
Ospite della serata, “Martedì del Polo”, Daniele Crosta sottolinea come nel lavoro sportivo il tema della preparazione mentale è sempre più presente, ma spesso viene ridotto alla motivazione, alla gestione della concentrazione o all’utilizzo di tecniche per migliorare la performance. L’intervento psicologico nello sport agonistico può invece assumere una profondità molto maggiore, come emerge dalla riflessione di Daniele Crosta, psicologo, psicoterapeuta e medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney 2000 nel fioretto.
La sua esperienza, maturata sia come atleta sia come professionista, porta a considerare la componente mentale come un elemento non solo importante, ma spesso decisivo nel percorso sportivo. Tuttavia, parlare genericamente di “mentalità” non è sufficiente. Per comprendere davvero il lavoro psicologico nello sport è necessario partire da chi è l’atleta agonista, dai momenti critici del suo sviluppo e dal modo in cui il cambiamento psicologico può avvenire.
Chi è l’atleta agonista?
L’atleta agonista è una persona che agisce in un contesto competitivo e che tenta di fare qualcosa meglio degli altri. Più il livello si alza, più questa sfida diventa complessa e richiede risorse sempre maggiori. Tuttavia, spesso si dimentica che l’atleta agonista è prima di tutto un ex bambino che ha iniziato a fare sport per divertimento e che, nel tempo, si è trovato a dedicare molte ore alla settimana a un’attività impegnativa, caratterizzata da allenamenti, gare e confronto continuo.
Nel corso degli anni, l’atleta si abitua a misurare il proprio valore personale attraverso la prestazione. Si abitua a essere osservato, valutato e confrontato con gli altri. Se il percorso sportivo prosegue fino a livelli avanzati, significa che questo meccanismo ha funzionato e che, progressivamente, la prestazione è diventata parte della costruzione dell’identità personale.
Lo sport agonistico diventa quindi un contesto complesso, nel quale la performance non riguarda soltanto il risultato, ma anche il senso di valore personale dell’atleta. Questo aspetto rende il lavoro psicologico particolarmente delicato e significativo.
I momenti critici: 13-15 anni
Secondo Crosta, uno dei momenti più delicati nella carriera sportiva si colloca tra i 13 e i 15 anni. In questa fase si entra nell’adolescenza, caratterizzata da cambiamenti fisici e cognitivi importanti. I ragazzi attraversano una fase di sviluppo corporeo che avviene con tempi diversi per ciascuno e, contemporaneamente, si sviluppano nuove competenze cognitive e funzioni esecutive che modificano il modo di comprendere le situazioni.
In molti sport, questa fase segna la fine della prestazione sostenuta principalmente dal talento. Il contesto competitivo diventa improvvisamente più complesso e ciò che prima risultava naturale può non funzionare più allo stesso modo. Questo cambiamento può avvenire anche in tempi molto rapidi e non riguarda soltanto la prestazione agonistica, ma tocca direttamente il senso di valore personale dell’atleta.
Se il ragazzo ha costruito parte della propria identità sulla competenza sportiva, la difficoltà può generare una crisi significativa. Non è un caso che proprio tra i 13 e i 15 anni si registri un picco di abbandono sportivo, spesso parallelo drop out scolastico. La crisi dell’identità diventa quindi centrale, perché il giovane atleta si trova a rinegoziare il proprio ruolo sia con i genitori sia con il mondo esterno.
Si osservano spesso ragazzi che sono sempre stati tra i migliori nel loro sport e che, improvvisamente, desiderano smettere. In questi casi emerge spesso una fase evolutiva complessa, che non necessariamente rappresenta qualcosa di negativo. Può trattarsi anche di un passaggio verso nuovi interessi o verso una ridefinizione dell’identità: si tratta di un momento critico in cui il supporto psicologico può essere utile per accompagnare il processo, senza necessariamente avere come obiettivo il ritorno alla performance.
Dopo i 18 anni: l’alto livello agonistico
Un secondo momento critico si presenta dopo i 18 anni, quando l’atleta entra nell’alto livello agonistico. In questa fase avviene un passaggio significativo: lo sport smette di essere soltanto una passione e può diventare una responsabilità o una possibile professione.
L’atleta passa dal fare qualcosa perché gli piace al dover sostenere aspettative e richieste sempre più elevate. Crescono le pressioni, aumenta il rischio di fallire e diventa necessario dimostrare qualcosa a qualcuno. Questo cambiamento può rappresentare una difficoltà importante, anche per atleti molto talentuosi.
Il lavoro psicologico, in questa fase, diventa uno strumento per accompagnare l’atleta nel passaggio verso una nuova dimensione della propria carriera.
Cosa chiede l’atleta allo psicologo
Quando un atleta si rivolge allo psicologo, spesso porta richieste legate alla concentrazione, alla gestione dell’ansia o alla performance. Tuttavia, queste richieste nascondono una difficoltà più profonda. L’atleta chiede aiuto per cambiare qualcosa che continua a ripetersi e che, da solo, non riesce a modificare.
Questo apre a due possibili modalità di intervento:
- L’approccio cognitivo razionalista
Basato sull’idea che l’essere umano soffra quando i suoi processi cognitivi non funzionano in modo efficace, secondo questa prospettiva, modificando gli schemi cognitivi disfunzionali si modifica anche il comportamento.
Lo psicologo, in questo modello, insegna tecniche e strategie per gestire pensieri, emozioni e comportamenti in modo più efficace. È come rivolgersi a un cuoco quando una ricetta non riesce: il cuoco suggerisce ingredienti e tempi corretti e allo stesso modo, lo psicologo fornisce strumenti per migliorare la prestazione.
- L’approccio cognitivista post-razionalista costruttivista.
Crosta si colloca in questa prospettiva, il comportamento dell’atleta non è semplicemente uno schema disfunzionale da correggere e cambiare, ma il risultato di un processo interno costruito nel tempo. Lo schema che oggi non funziona più ha avuto una sua utilità e rappresenta un adattamento che ha funzionato in passato. Per questo motivo, il cambiamento non può avvenire attraverso la semplice sostituzione di uno schema, ma attraverso la comprensione del proprio funzionamento.
Il cambiamento attraverso la consapevolezza
Il lavoro psicologico passa quindi attraverso l’autosservazione e la conoscenza di sé. L’atleta impara a riconoscere i propri stati emotivi, cognitivi e corporei, comprendendo i meccanismi che si attivano nelle situazioni di gara: quando aumenta la consapevolezza, si apre la possibilità di costruire nuove modalità di funzionamento.
Il cambiamento non avviene per sostituzione, ma per aggiunta, infatti nuove modalità si affiancano a quelle esistenti, ampliando le possibilità di risposta dell’atleta.
Identità, prestazione e ruolo dello psicologo
La prestazione sportiva è spesso legata all’identità dell’atleta: essere vincente può diventare parte del proprio senso di valore personale e quando la prestazione cala, la difficoltà non è soltanto tecnica, ma anche identitaria.
Crosta sottolinea che lo psicologo non ha l’obiettivo di far vincere l’atleta, ma di aiutarlo a conoscersi. Il cambiamento nasce dalla capacità di osservare se stessi senza giudizio e quando l’atleta sviluppa questa consapevolezza, si aprono nuove possibilità di funzionamento.
In questa prospettiva, la prestazione diventa parte di un percorso più ampio di crescita personale, in cui lo sport rappresenta uno spazio privilegiato di sviluppo dell’identità e della consapevolezza.
Anna Lualdi, Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche