EVOLUZIONI E TENDENZE: PERCHÈ SI VA IN TERAPIA OGGI?

Ospite della serata: Dottor Franco Merlini, Psicoterapeuta e Psicoanalista, Dirigente Psicologo c/o Dipartimento Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco, Direttore Scientifico Scuola di Psicoterapia Il Ruolo Terapeutico, Docente c/o Ciclo di Vita Università Bicocca Milano, Supervisore c/o diversi Centri clinici e Comunità terapeutiche, Direzione Ambulatorio Ascolto Psicologico ASST,  Consigliere Ordine degli Psicologi, Membro Consiglio Direttivo AUPI. 

Il sintomo non è il nemico

Nella serata, tenuta in data 18 Novembre 2025, il punto di partenza del Dottor Franco Merlini è un’affermazione tanto semplice quanto provocatoria: il sintomo non è il problema, è il segnale. Non stiamo male perché abbiamo dei sintomi, abbiamo dei sintomi perché stiamo male: essi ci avvisano che qualcosa non funziona, ma altrove rispetto a dove si manifesta il disturbo. Attacchi di panico, disturbi alimentari e dipendenze da sostanze o da alcol possono segnalare problemi di tipo separativo; ideazioni ossessive possono suggerire conflitti legati all’aggressività; le fobie rappresentano spesso lo spostamento di conflitti inconsci su animali, oggetti o persone.

Il sintomo, dunque, non va ignorato né trattato come un semplice malfunzionamento da eliminare, come accade per una malattia fisica, è, invece, un messaggio che riguarda la persona nella sua profondità. Senza sintomi non vi sarebbe nemmeno percezione della sofferenza: paradossalmente, essi sono i nostri migliori alleati. Comunicare questa verità al paziente è complesso, ma rappresenta un passaggio essenziale del percorso terapeutico. Talvolta, inoltre, la comparsa di un nuovo sintomo – come sentimenti depressivi che emergono quando altri disturbi si attenuano – può avere un significato prognostico favorevole. Sarebbe molto più faticoso non avere alcun sintomo.

Dal punto di vista clinico, i sintomi sono produzioni dell’inconscio che difendono dalla consapevolezza di conflitti sottostanti. Il terapeuta, in questo senso, si fa portatore di una verità scomoda e poco rassicurante.

Cosa si cura davvero in psicoterapia?

La malattia psichica si manifesta attraverso il sintomo, ma non è il sintomo l’oggetto della cura. Ciò che va curato non si vede, non si tocca, non si può misurare né trattare direttamente: più lo si insegue, più sfugge. Deve invece essere compreso, analizzato e interpretato attraverso la parola e l’ascolto. La psicoterapia si rivolge alla persona nella sua interezza, nella sua storia, emozioni, pensieri, relazioni, vicende di vita e non mira a una presunta “normalità” né al semplice ripristino di una funzione, come accade in medicina.

Spesso i pazienti affermano di non essere più come prima, ma non è detto che prima stessero realmente bene: potevano aver negato inconsciamente e incolpevolmente il proprio disagio. In questo senso, la psicoterapia è una cura scomoda: non basta affidarsi al terapeuta, occorre mettersi in gioco con volontà, motivazione e coraggio. Un concetto centrale è che si guadagna in perdita, infatti la nevrosi consiste nel voler essere adulti mantenendo i vantaggi del bambino, senza rinunciare a nulla, ma se non si perde niente, non si diventa mai veramente qualcosa. Andare in terapia è quindi una scelta di vita, non soltanto una necessità terapeutica.

Equilibri che cambiano

Ogni individuo costruisce nel tempo un proprio equilibrio emozionale, razionale e narcisistico, frutto di difese, consapevolezze e rimozioni, che permette di vivere sufficientemente bene. Tuttavia questo equilibrio non sempre realizza pienamente le potenzialità della persona. Anche quando funziona, può non essere il migliore possibile. Equilibri che in passato erano adeguati possono non esserlo più e non è necessario un trauma per incrinarli: talvolta anche un cambiamento positivo può generare malessere. Il sintomo introduce sempre un elemento di crescita e trasformazione. Se emerge sofferenza psichica, significa che in qualche modo siamo pronti ad affrontare un passaggio evolutivo: è il tempo giusto.

Nel contesto attuale, il dolore psichico, il vuoto affettivo e il disagio relazionale risultano in aumento. Secondo i dati ISTAT, dal 2014 al 2024 la percentuale di italiani che dichiarano un disagio è passata dal 29% al 39%. Tuttavia solo il 12% di chi ne avrebbe bisogno ha scelto un supporto psicologico, mentre il 20% ha dichiarato di non poterselo permettere economicamente. La pandemia da Covid ha contribuito a portare maggiore attenzione alla salute mentale: per la prima volta sono stati attivati servizi specifici nel Servizio Sanitario Nazionale e gli psicologi sono stati coinvolti nel supporto anche a medici e infermieri.

La psicoterapia e il rischio della contemporaneità

Nel frattempo, la psicoterapia ha superato l’immaginario che la voleva riservata a un’élite. Dagli anni Cinquanta gli psicologi sono entrati nei servizi pubblici, confrontandosi anche con la patologia più severa. Ma la società è cambiata, e con essa le forme del disagio: emancipazione femminile, crisi dell’identità di genere, neosessualità, evaporazione della figura paterna, nuovi disturbi di dipendenza, clinica del vuoto. Mutamenti culturali e sociali che generano nuove domande di cura e nuove sintomatologie.

Il rischio contemporaneo, però, è che la psicoterapia venga trasformata in un oggetto di consumo, sempre disponibile e orientato alla soddisfazione immediata del bisogno. Alla domanda “voglio capire perché sto male” si sostituisce sempre più spesso “voglio stare bene”. Questo rappresenta un pericolo per l’indipendenza della psicoterapia: appiattire il metodo significherebbe perdere proprio quella scomodità che ne costituisce la forza. Oggi il conflitto sembra spostarsi dall’interno all’esterno: non è più il mondo interno a essere il principale campo di battaglia, ma un mondo esterno che impone di godere e di essere qualcuno a tutti i costi. Ed è in questa tensione tra adattamento e autenticità che la psicoterapia continua a interrogare, provocare e accompagnare il cambiamento.

Anna Lualdi, Dott.ssa in Scienze e Tecniche Psicologiche