L’ospite della serata: Davide Antognazza, pedagogista e ricercatore presso la SUPSI di Locarno, esperto di educazione socio-emotiva.
Per molto tempo le emozioni sono state considerate qualcosa da tenere a bada: un disturbo del pensiero razionale, un’eredità ingombrante della nostra natura animale. A scuola si chiedeva ai bambini di “non distrarsi” con quello che provavano; nella vita adulta ci si aspettava di “controllarsi”. Oggi sappiamo che le cose stanno diversamente. Le emozioni non sono il rumore che disturba la mente: sono parte integrante del modo in cui la mente funziona. Orientano le nostre scelte, fissano i nostri ricordi, ci dicono qualcosa di importante su noi stessi e sugli altri. E, soprattutto, possono essere conosciute e allenate.
L’incontro del 14 aprile ha messo a fuoco proprio questo: come le neuroscienze e la pedagogia possano parlarsi e arricchirsi a vicenda. Le prime ci spiegano cosa accade dentro di noi quando un’emozione si attiva; la seconda ci aiuta a capire cosa farne, in classe, in famiglia, nelle relazioni di tutti i giorni. È da questo dialogo che nasce l’educazione socio-emotiva: un percorso di apprendimento che, come la lettura o la matematica, può essere insegnato.
Un primo strumento utile ad orientarsi nella comprensione delle emozioni è il Mood Meter sviluppato dal programma RULER della Yale University: una mappa a quattro quadranti costruita su due dimensioni: l’energia che sentiamo nel corpo (alta o bassa) e la qualità di ciò che proviamo (piacevole o spiacevole). Una stessa giornata può attraversarli tutti: l’irritazione del mattino, la calma di una pausa caffè, la stanchezza del pomeriggio, l’entusiasmo di un incontro inaspettato. Avere un linguaggio per riconoscere dove ci troviamo è il primo passo per non esserne semplicemente trascinati.
Le due vie
Ma cosa succede, esattamente, quando proviamo un’emozione? Una delle scoperte più affascinanti delle neuroscienze è che l’emozione, in parte, anticipa la consapevolezza. Joseph LeDoux ha descritto due strade attraverso cui un’informazione sensoriale raggiunge l’amigdala, una piccola struttura cerebrale a forma di mandorla che ha un ruolo chiave nel valutare ciò che è importante per la nostra sopravvivenza. La prima è lunga e passa attraverso la corteccia, fornendo una lettura accurata della situazione. La seconda è breve e diretta: dal talamo all’amigdala in pochi millisecondi.
È la via breve che ci fa fare un salto indietro vedendo qualcosa che assomiglia a un serpente prima ancora di renderci conto, un istante dopo, che era solo un bastone. È da qui che nasce l’idea, didatticamente efficace, che il cuore pensa prima della mente. Lo stesso LeDoux ha più recentemente precisato che la “via breve” descrive risposte difensive automatiche, mentre l’esperienza emotiva consapevole richiede comunque un coinvolgimento della corteccia: il corpo non sostituisce il pensiero, lo precede e lo prepara.
Il meccanismo psicologico
Il passaggio dalla percezione all’azione segue una struttura interna riconoscibile. Lo psicologo Paul Ekman l’ha descritta come una sequenza: un innesco, una valutazione automatica che attinge a tutta la nostra storia emotiva, un’attivazione di programmi affettivi che producono impulsi all’azione (scappare nella paura, colpire nella rabbia, avvicinarsi nella gioia), e infine una modulazione attraverso regole apprese culturalmente che ci dicono cosa è socialmente accettabile mostrare e persino provare. Pensiamo a quanto è diverso piangere a un funerale o in una riunione di lavoro.
C’è poi un fenomeno particolarmente importante: il periodo refrattario. Quando un’emozione intensa è in corso, per qualche minuto diventa difficile ascoltare informazioni che la contraddicono. Chi è arrabbiato fatica a percepire i segnali di pace; chi è spaventato fatica a vedere la sicurezza che lo circonda. Sapere che esiste, e che è transitorio, cambia il modo in cui ci si rapporta a un bambino in piena crisi: non è il momento di spiegare o convincere, è il momento di accompagnare e aspettare che la marea cali.
Va segnalato che la cornice di Ekman convive oggi con prospettive diverse, su tutte la theory of constructed emotion di Lisa Feldman Barrett, secondo cui le emozioni sono costruzioni che il cervello opera nel contesto. Le due prospettive portano a indicazioni educative convergenti: ampliare il vocabolario emotivo dei bambini e collegare le parole alle sensazioni del corpo.
Dalle neuroscienze alla pedagogia
Le emozioni hanno un ruolo decisivo anche in due funzioni che pensiamo come “razionali”: la scelta e la memoria. Antonio Damasio l’ha mostrato studiando pazienti con lesioni frontali e ricostruendo il celebre caso di Phineas Gage, l’operaio ferroviario che nel 1848 sopravvisse a un trauma cranico devastante ma uscì dall’incidente con una personalità completamente trasformata: non aveva perso memoria né linguaggio, aveva perso la capacità di scegliere e di mantenere relazioni.
Damasio ha osservato in pazienti simili un fatto sorprendente: persone con un quoziente intellettivo nella norma diventavano incapaci di decidere anche cosa ordinare al ristorante. Mancava loro il marcatore somatico: quella piccola sensazione corporea, un nodo allo stomaco, un’intuizione, che le emozioni depositano in noi e che ci guida verso le scelte coerenti con la nostra storia. Senza quella bussola, l’intelligenza pura non basta. Lo stesso vale per la memoria: ricordiamo molto meglio ciò che è stato emotivamente significativo. Le emozioni danno peso alle esperienze e le fissano nel tempo.
Da qui un punto cruciale: lo stato emotivo modula l’apprendimento. Sotto stress il cervello dà priorità all’amigdala, preparandoci a difenderci; utile davanti a un pericolo, poco utile davanti a un’equazione. La corteccia prefrontale, che sostiene attenzione, memoria e ragionamento, in quei momenti funziona molto meno bene. In uno stato di calma, al contrario, può lavorare al meglio. La conseguenza pratica è importante: prima di pretendere prestazioni cognitive da un bambino, o da noi stessi, bisogna prendersi cura del clima emotivo in cui ci troviamo. Un’aula in cui i bambini si sentono al sicuro non è un’aula “buonista”: è un’aula in cui il cervello può davvero imparare.
Tutto questo si traduce in cinque capacità che si possono allenare: riconoscere le emozioni nei volti, nelle posture, nei gesti; capirle nelle loro cause e conseguenze; nominarle, perché un’emozione che ha un nome è già un’emozione un po’ più gestibile; esprimerle in modo adeguato al contesto e alla relazione; regolarle con strategie efficaci, senza reprimerle né esserne travolti. A queste si sovrappone il framework CASEL, oggi diffuso in tutto il mondo, che articola l’educazione socio-emotiva in cinque aree intrecciate: consapevolezza di sé, consapevolezza sociale, capacità di gestirsi, abilità relazionali e capacità di prendere decisioni responsabili.
Sullo sfondo c’è un’idea diffusa con il libro di Daniel Goleman sull’intelligenza emotiva, che oggi modelli come RULER e CASEL hanno rielaborato in forma più rigorosa: le competenze emotive non sono un dono di natura ma un apprendimento. Si possono insegnare, praticare, affinare a tutte le età. Come ricordava William James, l’attenzione è la facoltà di “riportare indietro la mente che vaga”: non un dato di natura, ma un esercizio. Lo stesso, in fondo, vale per le emozioni.
Le neuroscienze ci aiutano a capire cosa accade nella testa, la pedagogia ci aiuta a capire cosa fare di quella conoscenza. Le emozioni ci parlano di noi, ci orientano, fissano i nostri ricordi e guidano le nostre scelte. Proprio per questo vale la pena conoscerle e allenarle, fin da bambini, e per tutta la vita.
Dott. Alberto Nespoli
Dottore in Psicologia clinica