L’ospite della serata: Dott.ssa Martina Congiu, Psicologa, neuropsicologa e psicoterapeuta cognitivo costruttivista.
Nella conferenza tenuta dalla Dott.ssa Congiu nella serata del 2 Aprile 2025, si è parlato di malattia di Alzheimer, la forma più diffusa di demenza, con l’intento di offrire uno sguardo chiaro su diagnosi, cure disponibili e, soprattutto, sul valore della rete di persone che accompagna chi si ammala e chi gli sta accanto.
Riconoscere la malattia
L’Alzheimer è una malattia che colpisce progressivamente il cervello, intaccando memoria, linguaggio, orientamento e la capacità di gestire le piccole e grandi cose di ogni giorno. Per arrivare a una diagnosi si parte dall’ascolto della persona e della famiglia, si osserva il declino in una o più di queste aree e si integra il quadro con strumenti sempre più raffinati: colloqui e test neuropsicologici, immagini del cervello (risonanza magnetica e PET) e biomarcatori, che si possono cercare nel liquido cerebrospinale o, in modo crescente, nel sangue. Negli ultimi anni i criteri si sono affinati al punto da permettere di riconoscere l’Alzheimer anche quando i sintomi sono ancora lievi, ma qualcosa nel cervello ha già cominciato a muoversi. Arrivare presto alla diagnosi cambia molto: apre la strada ai trattamenti, aiuta a immaginare il futuro con più consapevolezza e consente di costruire per tempo quella rete di sostegno che è, a conti fatti, il cuore vero della cura.
La terapia tradizionale
Da oltre vent’anni le cure farmacologiche per l’Alzheimer ruotano attorno a due categorie di farmaci sintomatici, che rallentano per un tratto il cammino della malattia senza però fermarla.
La prima categoria nasce dall’ipotesi colinergica: nell’Alzheimer diminuisce l’acetilcolina, una sostanza che il cervello usa per trasmettere informazioni ed è fondamentale per la memoria. Gli inibitori delle colinesterasi (donepezil, rivastigmina, galantamina) bloccano l’enzima che la distrugge, lasciandola disponibile più a lungo. Si usano nelle forme da lievi a moderate.
La seconda categoria affronta un meccanismo differente, l’eccitotossicità: il glutammato, altra sostanza chiave per il cervello, si accumula in quantità eccessive finendo per danneggiare i neuroni. La memantina ne modera l’attività e trova impiego nelle forme moderate-gravi, spesso insieme agli inibitori delle colinesterasi.
Parliamo di benefici concreti, ma misurati: qualche mese di stabilità, un po’ di respiro per chi assiste, ma la malattia continua il suo cammino. Ecco perché questi farmaci trovano senso pieno solo dentro un percorso più ampio, dove il sostegno psicologico e sociale vale quanto la prescrizione.
I sintomi comportamentali (BPSD)
Accanto al declino cognitivo, fino a nove persone su dieci con demenza sviluppano nel tempo i cosiddetti BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia): agitazione, ansia, tristezza, chiusura, deliri, sonno disturbato, tendenza a camminare senza meta. Sono spesso questi sintomi – più ancora della memoria che si sfila – a pesare sulle famiglie, a logorare chi assiste e a portare alla scelta del ricovero.
Le linee guida invitano ad affrontarli prima di tutto con strumenti non farmacologici: la musica, le attività pensate su misura, piccole modifiche dell’ambiente, un modo di stare con la persona che parta da ciò che ancora è. I farmaci (antipsicotici, antidepressivi) si tengono per le situazioni più difficili e si maneggiano con prudenza, perché negli anziani gli effetti collaterali possono essere importanti. È proprio qui che la rete fa la differenza: una famiglia preparata e accompagnata sa leggere dietro a un comportamento e trovare la risposta giusta; una famiglia lasciata sola tende a ricorrere prima al farmaco o alla struttura.
I nuovi farmaci disease-modifying
Negli ultimi anni sono comparsi i primi farmaci che provano a intervenire sui meccanismi biologici della malattia: gli anticorpi monoclonali anti-amiloide, che rimuovono dal cervello le placche di proteina beta-amiloide all’origine del processo neurodegenerativo. Tre nomi meritano di essere ricordati: aducanumab, primo ad arrivare negli Stati Uniti nel 2021 e poi ritirato per risultati discussi; lecanemab, approvato sia dalla FDA sia dall’Agenzia Europea del Farmaco; e donanemab, di approvazione più recente.
Gli studi clinici dicono che, nei pazienti in fase iniziale, questi farmaci rallentano il declino cognitivo del 25-35% rispetto al placebo. È un dato rilevante sul piano biologico, ma quanto si traduca in un beneficio percepibile da paziente e familiari resta oggetto di discussione. Sul fronte della sicurezza, il rischio principale porta il nome di ARIA: piccole alterazioni cerebrali (edemi e microemorragie) che si vedono alla risonanza magnetica, spesso silenziose, ma in alcuni casi gravi.
I limiti di queste terapie sono molti e vale la pena nominarli con chiarezza:
- Complessità organizzativa: serve una somministrazione periodica in ospedale, una conferma diagnostica con PET o liquor, test genetici (APOE4) e risonanze magnetiche di controllo. Occorrono centri attrezzati e personale formato.
- Costi molto alti: oltre 25.000 euro l’anno a paziente, a cui si sommano gli esami necessari.
- Selezione dei pazienti: possono accedervi solo persone in fase precoce, con conferma biologica della malattia e un profilo di rischio favorevole. La maggior parte ne resta esclusa.
La rete che cura
Tutto quello che abbiamo detto conduce a un’unica conclusione: per quanto la ricerca possa ancora sorprenderci, nessun farmaco può prendere il posto della rete di cura che si costruisce attorno alla persona malata e alla sua famiglia. In Italia questa rete passa dai Centri per Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD), dai centri diurni, dalle RSA, dai Caffè Alzheimer, dalle associazioni di familiari, dal medico di medicina generale, dagli psicologi e dai neuropsicologi del territorio.
Due sono i fondamentali concetti da tenere a mente: “curare” la malattia, quando è possibile, e “prendersi cura” della persona, sempre. Sostenere chi assiste, orientare la famiglia tra servizi e diritti (Legge 104, Indennità di Accompagnamento, Amministratore di Sostegno), proporre percorsi psicosociali solidi come la stimolazione cognitiva, la musicoterapia, gli approcci centrati sulla persona: è in questo intreccio di competenze e legami che l’Alzheimer trova la sua risposta più umana ed efficace. Una rete che non guarisce, ma che accompagna e che, nell’accompagnare, cura davvero.
Dott. Alberto Nespoli
Dottore in Psicologia Clinica