L’ospite della serata: Prof. Davide Antognazza, docente-ricercatore senior in Scienze dell’educazione presso il Dipartimento formazione e apprendimento / Alta scuola pedagogica della SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) di Locarno, dove si occupa in particolare di educazione socio-emotiva.

Appena oltre il confine, a poche decine di chilometri da Saronno, esiste un sistema scolastico che parla la nostra stessa lingua ma che, per molti aspetti, funziona in modo diverso dal nostro. Nella conferenza di martedì 8 aprile 2025 il Prof. Antognazza ha accompagnato il pubblico in un viaggio nella scuola del Canton Ticino, per capire come è organizzata e, soprattutto, come vi si diventa insegnanti. Al centro c’è un’idea semplice e tutt’altro che scontata: la qualità di una scuola dipende in larga misura dalla qualità della formazione di chi vi insegna. Ed è proprio sulla formazione dei docenti che il Ticino ha costruito, nel corso di oltre un secolo e mezzo, uno dei tratti più caratteristici del proprio sistema educativo.

In questo articolo riprendiamo i temi dell’incontro, integrandoli con le informazioni pubblicate dalla SUPSI e dal Cantone, per offrire una panoramica di questo modello.

Una scuola pensata per cicli

In Ticino la scuola dell’obbligo inizia a quattro anni di età e dura undici anni. La sua struttura segue l’Accordo intercantonale sull’armonizzazione della scuola obbligatoria (il cosiddetto concordato HarmoS), con cui i Cantoni svizzeri, che restano competenti in materia di istruzione, hanno cercato di rendere più coerenti tra loro i rispettivi sistemi scolastici. Gli undici anni sono suddivisi in tre cicli:

  • primo ciclo: i due anni obbligatori di scuola dell’infanzia (preceduti da un anno facoltativo a partire dai tre anni) e i primi due anni di scuola elementare;
  • secondo ciclo: terza, quarta e quinta elementare;
  • terzo ciclo: i quattro anni di scuola media, dagli 11 ai 15 anni, divisi in un biennio di osservazione e un biennio di orientamento.

Riunire la scuola dell’infanzia e i primi anni di elementare in un unico ciclo non è una scelta soltanto amministrativa. Risponde a un principio di continuità: lo sviluppo del bambino viene considerato un processo graduale, non una serie di salti tra ordini di scuola separati.

La scuola media è una scuola unica, frequentata da tutti gli allievi fino ai 15 anni. Finora, solo negli ultimi due anni e solo per matematica e tedesco, gli allievi sono stati suddivisi in corsi di livello (A e B). Nel periodo dell’incontro era in corso in sei sedi una sperimentazione biennale che ha sostituito i livelli con classi eterogenee e con la codocenza, cioè la presenza contemporanea di due insegnanti in aula. Secondo la valutazione indipendente, la qualità dell’insegnamento è rimasta stabile e sono migliorati il clima di classe e la motivazione degli allievi. Al termine dell’obbligo i ragazzi proseguono nel secondario II: nei licei e nella Scuola cantonale di commercio, che conducono alla maturità e quindi all’università, oppure nella formazione professionale, spesso in apprendistato tra scuola e azienda.

Un’unica istituzione, una lunga tradizione

La formazione di tutti i futuri docenti ticinesi, dalla scuola dell’infanzia ai licei, fa capo a un’unica istituzione: il Dipartimento formazione e apprendimento / Alta scuola pedagogica della SUPSI, che ha sede a Locarno nell’ex convento di San Francesco. Il Dipartimento è nato nel 2009, con l’integrazione nella SUPSI dell’allora Alta scuola pedagogica, ma la sua storia è molto più lunga: la formazione degli insegnanti in Ticino comincia nel novembre del 1873, con l’apertura della Scuola Normale, poi divenuta Scuola Magistrale.

Oggi il Dipartimento lavora su mandato del Dipartimento cantonale dell’educazione, della cultura e dello sport, in stretta collaborazione con gli istituti scolastici del territorio. Oltre alla formazione iniziale si occupa di formazione continua per docenti di ogni ordine e grado e di ricerca in campo educativo. I titoli che rilascia sono riconosciuti dalla Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione e consentono quindi di insegnare in tutti i Cantoni della Confederazione.

Un percorso per ogni ordine di scuola

I percorsi di formazione sono differenziati in base al grado scolastico in cui si andrà a insegnare:

  • scuola dell’infanzia e scuola elementare: un Bachelor di tre anni (180 crediti formativi europei; un credito corrisponde a circa 25-30 ore di lavoro dello studente), ad accesso programmato e con frequenza obbligatoria;
  • scuola media: un Master in Insegnamento per il livello secondario I, a cui si accede dopo una laurea universitaria che comprenda una solida formazione nella disciplina da insegnare. Dura due anni a tempo parziale, tre se ci si forma per due materie;
  • licei e Scuola cantonale di commercio: un Diploma d’insegnamento di un anno, a cui si accede dopo un Master universitario nella disciplina;
  • allievi con bisogni educativi speciali: un Master in Pedagogia specializzata e didattica inclusiva.

La logica è chiara: per insegnare nella scuola media o superiore non basta conoscere bene una materia, ma a una formazione disciplinare di livello universitario si aggiunge sempre una formazione specifica all’insegnamento. Come ha osservato Alberto Piatti, direttore del Dipartimento, in un intervento del 2023, per insegnare nella scuola dell’infanzia o elementare servono almeno sette anni di formazione dopo la scuola dell’obbligo, e almeno nove per la scuola media.

Imparare a insegnare, insegnando

Il cuore del modello ticinese è l’intreccio costante tra teoria e pratica. Tutti i percorsi sono costruiti attorno a quattro assi: la pratica professionale, le scienze dell’educazione, le didattiche disciplinari e la ricerca scientifica in educazione. La pratica non è un’appendice da svolgere alla fine degli studi. Nel Bachelor per la scuola elementare, ad esempio, il modulo professionale vale 16 crediti già al primo anno e sale a 20 al terzo, con attività svolte negli istituti scolastici del Cantone, a fianco di insegnanti esperti. Nei Master e nel Diploma, frequentati a tempo parziale, i giorni di lezione a Locarno si alternano a quelli trascorsi in classe.

A questa alternanza si accompagna un lavoro sistematico sulla riflessività. Strumenti come il portfolio, a cui il Dipartimento ha dedicato una recente pubblicazione, aiutano i futuri docenti a rileggere le proprie esperienze e a costruire gradualmente la propria identità professionale. Bachelor e Master si concludono inoltre con una tesi, che allena a osservare la propria pratica con gli strumenti della ricerca. Tutti i percorsi condividono infine un profilo di competenze comune, articolato in quattro macroaree, che descrive la professionalità dell’insegnante dalla scuola dell’infanzia fino al secondario II.

Insegnare è anche una questione di emozioni

Per uno sguardo psicologico, uno degli aspetti più interessanti riguarda le competenze socio-emotive, ambito di cui il Prof. Antognazza si occupa da anni. Si tratta della capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri all’interno delle relazioni. In aula le emozioni sono ovunque: la paura davanti a un compito difficile, la frustrazione per un errore, la gioia per un traguardo raggiunto. Un insegnante capace di cogliere questi segnali, di contenerli e di validarli, e poi di aiutare gli allievi a trovare modi più adeguati per esprimerli, crea condizioni migliori per l’apprendimento. Per questo motivo al Dipartimento tutti i futuri docenti seguono un corso dedicato a questo tema.

Non è in gioco soltanto il benessere degli allievi. Il lavoro dell’insegnante è più impegnativo di quanto si pensi: secondo i dati riportati dal Dipartimento, circa il 70% dei docenti delle scuole comunali ticinesi segnala stress da sovraccarico di lavoro. La ricerca internazionale suggerisce che le competenze socio-emotive del docente siano legate sia alla qualità della relazione con la classe sia alla capacità di far fronte allo stress professionale (Jennings e Greenberg, 2009). Investire su di esse, già durante la formazione, significa quindi prendersi cura anche di chi insegna.

È forse questo lo spunto più prezioso che arriva da oltre confine. Diventare insegnanti non significa soltanto padroneggiare dei contenuti, ma imparare a stare dentro una relazione educativa, con tutta la complessità che comporta. E una formazione che tiene insieme sapere, pratica e consapevolezza di sé è un investimento che ricade, prima di tutto, su bambini e ragazzi.

Dott. Alberto Nespoli

Dottore in Psicologia clinica